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Per decenni, c'è stata una pagina di storia italiana di cui non si poteva parlare. Quella pagina raccontava il sacrificio delle genti istriano, fiumano - dalmate, in Istria, alla fine della seconda guerra mondiale. Un sacrificio negato, scomodo, da rimuovere. Tirarla in ballo non era politicamente corretto (anche se allora non si diceva così): era segno di una prevenzione ideologica, o peggio di partito preso. Le foibe, naturalmente è di questo che stiamo parlando, erano considerate un episodio minore di una guerra che aveva visto drammi ben più gravi e comunque un episodio da non rivangare. Perché? Il motivo, agghiacciante nella sua semplicità, è evidente: i buoni (quelli che per voce comune e per auto-candidatura erano gli unici buoni) non ci facevano esattamente una bella figura. Per altro verso, però, le foibe sembravano spesso solo un tassello di un complicato gioco di equilibri ideologici: tanti morti di qui, tanti di là... alla fine ognuno aveva i suoi cadaveri e le sue colpe e il consuntivo faceva zero. I fascisti erano cattivi, però i comunisti... si diceva da una parte. Dall'altra si sosteneva, con quella spocchia che troppo spesso hanno quelli che si credono depositari della verità, che se qualche errore c'era stato, era in nome di un ideale.
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Ideale, ecco, questo sì era un argomento interessante su cui meditare. Un ideale giustifica i morti? E per converso, se un ideale frainteso causa soprusi, è solo per questo sbagliato? Non crediamo a nessuna delle due cose. Crediamo invece che la sofferenza, l'ingiustizia, i soprusi, in nome di qualsivoglia sole, dell'avvenire o meno, non debbano essere dimenticati. Ma non per fornire strumenti propagandistici a questa o quella parte. Al contrario, per trarne un insegnamento: che tutte le volte che qualcuno si sente investito di una superiore missione, unto del Signore, araldo del progresso, paladino degli oppressi, tutte le volte, qualcun altro ne fa le spese, in nome di qualcosa di superiore. E invece, vogliamo dirlo a chiare lettere, non c'è nulla di così superiore da giustificare il sopruso, la violenza, lo sterminio. Né un dio, né un'idea politica. "...quell'enorme lapide bianca" è solo questo un invito a non dimenticare. Ma non per un generico culto della memoria, ma perché l'insegnamento, nelle cose della storia, c'è sempre. Basta che il ricordo non vada disperso nelle pieghe della cultura dominante e delle ideologie vincenti. Basta, altresì, che il ricordo non diventi lo strumento della propaganda degli avversari. Abbiamo immaginato, così, non le considerazioni ideologico, politico - militari di sedicenti esperti di scenari e analisti della politica, ma il dialogo intimo e privato tra due amici: uno sloveno e uno italiano. Lo sloveno, Ive, è vissuto nella sua verità, fatta di slogan, di pensieri semplificati da mandare a memoria. Ha, in qualche modo, dato la sua spiegazione. Quella più semplice, quella che tranquillizza: noi avevamo ragione, cacciavamo gli invasori. L'italiano, Enrico, non è sopravvissuto. E non tanto alla violenza bestiale degli sgherri di Tito, quanto al silenzio imbarazzato, velato di opportunità politica, di tanti progressisti del suo Paese. Ne è venuto fuori qualcosa che non pretende di rispondere a un dramma così gigantesco. Si propone solo, come invoca Enrico verso la fine del testo, di appoggiare un fiore rosso su una lapide che ognuno di noi ha nel cuore. Quella che conserva il ricordo mortale di persone uccise senza neppure capire il perché, simbolo di un nemico di classe che non sapevano di essere. Simbolo dei tanti, troppi casi in cui l'oppositore, il dissenziente, o semplicemente il diverso è una fastidiosa macchia nella perfezione dell'ideologia. Da rimuovere, o, se necessario, da distruggere. Abbiamo messo in scena "...quell'enorme lapide bianca" nella speranza che il ricordo impedisca che cose del genere succedano ancora. Certo. Ma anche per dire a ognuno che non ci sono morti rossi, morti neri, o azzurri da spregiare o da appuntarsi sul petto come medaglie. Ci sono persone. Che avevano degli affetti, dei sogni, dei volti cari. Che adesso non ci sono più. E pretendono di non essere dimenticate.
Paolo Logli - Luca Violini
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